In una banca del Queens, a New York, ci sono due uomini. Indossano delle realistiche ma scomode maschere di gomma e delle tute catarifrangenti da lavoratori stradali. Appena si avvicinano allo sportello, l’impiegata capisce subito che si tratta di una rapina. Nel totale silenzio, la cassiera consegna un’importante somma di denaro che sparisce subito nella borsa dei criminali, che con tutta calma escono dalla banca e spariscono nel nulla. Dopo essersi tolti maschere e tute, i due attendono l’arrivo di un complice in macchina. Ma è proprio qui che accade l’impensabile: dalla borsa esce un denso fumo rosso, che fa sbandare l’auto e ricopre di vernice i due rapinatori. Dopo un tentativo maldestro di depistare le proprie tracce e una rocambolesca fuga, la polizia riesce ad acciuffare uno dei criminali. Così ha inizio la frenetica odissea di Connie Nikas (Robert Pattinson), teppista senza scrupoli, irresponsabile ed egocentrico, il cui unico scopo è quello di far evadere di prigione il fratello Nick (interpretato da uno dei registi, Benny Safdie), affetto da ritardo mentale e quasi totalmente incapace di rapportarsi con l’esterno, per offrirgli a tutti i costi un futuro migliore.

Questo è Good Time, quinto lungometraggio dei filmmakers indipendenti Josh e Benny Safdie, un’allucinata odissea submetropolitana, una corsa senza sosta in un labirinto distorto popolato da persone disadattate prigioniere in gabbie più o meno visibili. Elogiata da Martin Scorsese (che produrrà il prossimo progetto dei Safdie, Uncut Gems), l’opera ruota vorticosamente attorno al protagonista, un Robert Pattinson in stato di grazia che tenta in tutti i modi di ricongiungersi al fratello scendendo sempre più in fondo dell’adrenalinico abisso dei bassifondi di Manhattan. Sono le luci al neon a illuminare e colorare l’universo di Good Time, dominando l’atmosfera così come il carisma di Connie, squattrinato improvvisatore, manipola gli altri elementi di questo violento affresco (alcuni ben caratterizzati, altri un po’ abbandonati o carenti di profondità). Avvolgente e positivamente assordante la colonna sonora di Daniel Lopatin, meglio noto come Oneohtrix Point Never, che offre una performance ipnotica e claustrofobica che ben si amalgama al ritmo sincopato della trama, per non parlare del contributo di Iggy Pop che canta The Pure and the Damned, scritta apposta per il lungometraggio.

È proprio Iggy Pop a parlare di corde – corde pesanti ma invisibili che legano Nick, Connie, Corey (Jennifer Jason Leigh) e gli altri protagonisti, incatenandoli in gabbie da cui non riescono a uscire. Le tragedie e le malefatte criminali di questi particolari soggetti sono collegate tra loro in modo indissolubile e alimentano una generale tensione caotica e affascinante. Ciò che piano piano sfugge al controllo di Connie (e anche dei fratelli Safdie, come se Good Time fosse una bomba a orologeria) intrattiene sempre di più e tiene incollati allo schermo. E forse è proprio questo il good time che i due registi volevano proporre al pubblico: un controsenso, un paradosso, forse una critica, o magari semplicemente una dichiarazione d’amore per le tragedie altrui. Più Pattinson cade nell’oblio della notte, più ci divertiamo. Fino al punto di sperare che non ci sia alcuna possibilità di uscire da questo labirinto di luci al neon.


Titolo originale: Good Time
Diretto da: Josh Safdie, Benny Safdie
Scritto da: Ronald Bronstein, Josh Safdie
Genere: Drammatico, Azione
Cast: Robert Pattinson, Benny Safdie, Jennifer Jason Leigh
Paese: USA
Anno: 2017
Durata: 99′
Distribuzione italiana: Movies Inspired

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