Reynolds Woodcock è uno dei nomi più importanti e illustri della moda londinese degli anni ’50, il cui lavoro viene osannato persino dalle più alte cariche inglesi e internazionali, un perfezionista che fa dell’eleganza il suo obiettivo e perciò ne studia e insegue ogni piega e risvolto. Ma Woodcock è anche un uomo infantile, che ogni mattina siede al tavolo della colazione, col viso chino su un blocco di appunti sul quale disegna nuove possibili creazioni, evitando accuratamente qualsiasi sguardo o confronto perché esso potrebbe rovinargli l’intera giornata. E’ uno scapolo ostinato la cui vita amorosa si risolve in un ciclo di infatuazione e stanchezza, in cui lo stilista consuma l’oggetto del suo desiderio finché non ha più alcuna utilità o, peggio ancora, importanza. In poche parole, il sarto protagonista dell’ultima opera scritta e diretta da Paul Thomas Anderson, Il Filo Nascosto (Phantom Thread), è un uomo la cui fame non si placa mai, che fa della ricerca dell’assoluto una missione senza tregua, al punto da volerne controllare ogni singolo aspetto e dominarlo nella sua interezza, a rischio di consumare il proprio animo.

L’arrivo della cameriera Alma (Vicky Krieps) nella vita di Reynolds sembra essere l’occasione giusta per quest’ultimo per provare nuovi abiti e godere di una nuova, affascinante modella. Ma ben presto sia lui che la sorella e socia Cyril (Lesley Manville), chiamata spesso “my old so-and-so” dal fashion designer, si accorgeranno che Alma è molto più di una semplice amante: la sua aura di mistero e la sua personalità tenace e altrettanto testarda stravolgeranno la vita dello stilista, fino a quel momento padrone intransigente del suo mondo, mettendo in dubbio poteri e scelte del suo pigmalione. Alma, nome proveniente dal latino almus, non è solo musa e amante (e a volte anche operaia) di lui, ma ne è la nutrice: Woodcock (nome che non a caso delinea perfettamente qualità e difetti del preciso ma intransigente artista) viene investito dal carisma della ragazza, che con la sinuosa oscurità della sua eleganza entra di prepotenza nell’auto-isolamento di Reynolds, un isolamento non ideale, ma costellato di piccoli segreti che preferisce nascondere all’interno dei propri vestiti (primo tra tutti l’amore-ossessione per la madre, morta anni prima, di cui conserva una ciocca di capelli nella giacca).

Sullo sfondo di questo affascinante gioco dalla natura indefinita, Paul Thomas Anderson ricama un’atmosfera sinuosa e ipnotica, imprimendo sulla pellicola (il film è stato girato in 35mm) la danza tra i tre personaggi principali e i loro delineati caratteri, come un sarto all’opera sul più bel vestito mai cucito. La sua inconfondibile maestria nei giochi di luci e ombre e nelle atmosfere sontuose e intimiste aggiungono un ulteriore strato di complessità e mistero alla storia dei due innamorati, dove Alma ha fame di emergere nella vita di Reynolds, un uomo che si sente colpito da una maledizione sentimentale di cui non vede la fine, mentre la sorella, dietro una maschera di apparente freddezza, cela una forza caratteriale impressionante. I personaggi diventano umani e respirano al di fuori del lungometraggio, collegati da un filo invisibile che, come la madre di Woodcock, non si riesce a toccare né vedere, ma c’è. La storia d’amore tra i due protagonisti alterna momenti di incontri e scontri, litigi e silenzi, scene drammatiche ed emotivamente struggenti a episodi di puro divertimento e leggerezza, e la perfetta colonna sonora di Jonny Greenwood (polistrumentista dei Radiohead, alla sua quinta collaborazione con il regista americano) e la sua orchestra accompagnano meravigliosamente ogni singolo gesto e parola. PTA ha creato un universo in cui ambiguità e perversione sono dietro l’angolo, costantemente invisibili e presenti, ma soprattutto indispensabili per l’essere umano. Perché quando un artista raggiunge il limite, ha bisogno di una pausa per tornare più forte di prima. E Alma, determinata a non perdere l’oggetto del suo amore, farà di tutto perché ciò accada.

Ma descrivere Il Filo Nascosto come una misteriosa love story tra un sarto e la sua musa è a dir poco riduttivo. Anderson racconta la fame senza fine dell’essere umano, la continua ricerca dell’irraggiungibile, della perfezione inesistente e della tenacia e l’astuzia nelle proprie lotte. Gli orli e i risvolti di questa storia vestono perfettamente la storia di Woodcock alias Daniel Day-Lewis, alla sua ultima performance cinematografica prima del ritiro annunciato qualche mese fa. Un uomo la cui precisione e meticolosità nel suo lavoro lo hanno reso uno dei più noti e incredibili artisti del suo tempo, e il fatto che questa frase si possa riferire sia all’attore che al ruolo non è un caso. Day-Lewis, diventando un tutt’uno con l’hungry boy Woodcock, regala al pubblico l’ultima grande performance di immedesimazione e assimilazione tali da sfiorare l’assoluto. Fino al punto di non ritorno.


Titolo originale: Phantom Thread
Diretto da: Paul Thomas Anderson
Scritto da: Paul Thomas Anderson
Genere: Drammatico
Cast: Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps
Paese: USA
Anno: 2017
Durata: 130′
Distribuzione italiana: Universal Pictures

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