Più che la forma, qual è il colore dell’acqua? Azzurro come il riflesso di un cielo limpido e puro, oppure verde come un lago stagnante che cela delle impurità?

Nella nuova favola di Guillermo del Toro, ambientata in uno dei momenti di maggiore crisi della Guerra Fredda nella fiorente città di Baltimora (siamo anche nel pieno del boom economico), il colore che predomina in tutte le scene è il verde.

La protagonista, Elisa Esposito (intepretata da Sally Hawkins), è affetta da mutismo e lavora all’interno di un laboratorio governativo dalle pareti olivastre, in qualità di umile addetta alle pulizie. Qui entra in contatto con una creatura anfibia, sulle cui origini e capacità cercano di carpire informazioni sia americani che sovietici, e nella quale lei rivede la sua unicità e solitudine. Poco a poco l’affinità tra i due cresce attraverso piccoli gesti – l’unico mezzo di comunicazione che hanno a disposizione – per poi concretizzarsi in un amore surreale che deve fronteggiare le avversità di un mondo non in grado di comprendere e accettare il diverso: non solo la creatura e lei, incapace di esprimersi a parole; anche i compagni che sono dalla loro parte, il vicino di casa omosessuale (Richard Jenkins) e la collega di lavoro afroamericana (Octavia Spencer), sono emarginati, desiderosi di far valere i loro diritti ma consapevoli di vivere in un momento storico in cui nulla di tutto ciò sarai mai possibile.

L’abilità di Del Toro è tutta qui: nello scegliere un frammento di Storia, e collocare lì la sua favola impossibile e la sua mitologia, come già successo nel dittico di La spina del diavolo e Il labirinto del fauno, ambientati tra la guerra civile e il dopoguerra spagnolo. Ne La Forma dell’Acqua aggiunge una nuova creatura al suo repertorio di mostri: l’uomo anfibio, chiaramente ispirato al Mostro della laguna nera, nei cui panni ritroviamo Doug Jones a suo agio nelle muschiose sembianze di essere acquatico, come già nei due capitoli di Hellboy. Arricchiscono l’opera una efficace colonna sonora ad opera di Alexandre Desplat, e delle scenografie perfette nel conciliare l’atmosfera fiabesca con il realismo del contesto storico.

Sicuramente ci troviamo di fronte al suo lavoro più maturo, con varie interessanti intuizioni stilistiche, ma Del Toro è un regista che si può amare od odiare, senza mezze misure. Ciò che può non convincere è infatti il modo con cui il regista espone su pellicola le sue intuizioni e le sue passioni. L'(ab)uso di metafore elementari: il vero mostro è l’uomo, l’attrazione morbosa per l’inusuale da parte di chi – il diverso – deve combatterlo (un cattivissimo Michael Shannon che caccia e tenta di addomesticare la creatura); le citazioni più o meno evidenti: come non pensare a The Artist in una delle scene più particolari e sperimentali del film; i miti e i riferimenti religiosi; sono tutte cose trattate in modo ruvido e carnale. L’umanità è qualcosa che i personaggi dei film di Del Toro anelano ma che raggiungono sempre con difficoltà. Per ricercare un cuore in questa che a tutti gli effetti è una storia d’amore, dobbiamo guardare al di là della tensione della storia, della brutalità della scienza umana, e della favola mascherata da racconto ai confini della realtà. Ne risulta un cuore di smeraldo che cerca insistentemente di risplendere sotto tante piccole impurità.

Per Del Toro il colore dell’acqua è verde. Per una volta, speravamo tanto fosse azzurro.


Titolo originale: The Shape of Water
Diretto da: Guillermo Del Toro
Scritto da: Guillermo del Toro, Vanessa Taylor
Genere: Fantastico, Drammatico
Cast: Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer
Paese: USA
Anno: 2017
Durata: 119′
Distribuzione italiana: 20th Century Fox

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