Da quando il progetto di un adattamento cinematografico de La Profezia dell’Armadillo, l’opera a fumetti con cui Michele Rech (in arte Zerocalcare) esordì nel 2011, è stato annunciato circa quattro anni fa, il fumettista romano se ne è sempre tenuto a debita distanza. Se nei primi anni il suo coinvolgimento era un po’ più diretto, lavorando a stretto contatto con Valerio Mastandrea (in principio regista, poi rimasto come co-sceneggiatore), col passare del tempo l’allontanamento è stato graduale ma sempre più evidente, tanto da non presenziare neanche alla proiezione del film durante la 75° Mostra del Cinema di Venezia. C’è stato un distacco, lento ma inesorabile, tra Zerocalcare e Zero, il protagonista di questo duplice esordio: da una parte prima opera fumettistica di Rech trasposta sul grande schermo, dall’altra primo lungometraggio diretto dal romano Emanuele Scaringi.

Rebibbia, Roma est. Zero (Simone Liberati) è un ragazzo di ventisette anni che alterna disegni e vignette (siano essi per puro diletto che su commissione per gruppi e concerti punk) a lavoretti saltuari e precari senza alcuno sbocco in giro per la capitale. Tra un plumcake e una ripetizione di francese, un questionario all’aeroporto e un colloquio su Skype, la vita di Zero è lo specchio dell’incertezza della sua generazione, inframezzata da pranzi con la madre (Laura Morante) e chiacchierate con l’amico di una vita, Secco (Pietro Castellitto). In tutto questo, Zero non vive da solo: ad attenderlo a casa c’è l’Armadillo (Valerio Aprea), la vera e propria coscienza di Zero che con lui parla di tutto, dagli ideali più alti a come rispondere in modo distaccato a una mail di un possibile “accollo”. Ma quella che ha ricevuto non è una mail qualsiasi: la notizia della morte di Camille (Sofia Staderini), sua cotta adolescenziale che forse era qualcosa di più, non gli dà pace.

Non si può non confrontare il primo lungometraggio di Emanuele Scaringi con l’opera originale, quella di Zerocalcare, che con la morte di Camille è riuscito a parlare di un’intera generazione nel modo più originale e autentico possibile, alternando sottotrame goliardiche a veri e propri pugni allo stomaco. Questo film, pur condividendo l’incipit e l’ambientazione, è qualcosa di decisamente diverso, e purtroppo indiscutibilmente deludente. La trama principale viene stravolta e svuotata del suo significato originario, sminuendo la forza incredibile che Camille aveva nel fumetto: l’assenza del Guardiano del Tempismo (e di tutto il discorso sul “momento giusto”) fa sì che la morte della ragazza sia un pretesto per parlare dell’incapacità di reagire a determinati eventi che possono accadere nella vita di ognuno di noi. Ma il Guardiano del Tempismo non è l’unico grande assente: l’amico Cinghiale viene nominato un paio di volte, relegato in un angolino della sceneggiatura, forse perché non sono riusciti a trovare un costume decente. E a proposito di costumi… la delusione più cocente arriva proprio dall’Armadillo. Il personaggio interpretato da Aprea è quanto di caratterialmente più lontano esista da quello ideato da Rech: qui diventa una coscienza francamente insopportabile che perde pezzi (in tutti i sensi) e che ogni volta che appare sullo schermo non fa altro che infastidire sia Zero che lo spettatore.

Ma anche se volessimo valutare il film come opera a sé stante, senza riferimenti a pagine disegnate, ci sono tante altre cose che, molto semplicemente, non vanno. Scelte di casting altamente discutibili (Laura Morante come madre non convince, come la maggior parte degli attori giovanissimi); scene scritte appositamente per il film che non solo non aggiungono nulla, ma non hanno motivo di esistere (incluse sottotrame che si sgretolano con l’avanzare della pellicola); cambiamenti, a volte sottili e a volte evidenti, di caratterizzazione, come Zero che ogni tanto si trasforma gratuitamente in una specie di “teppistello”; special guests che non aggiungono nulla, ma anzi appesantiscono ancora di più tutto il lungometraggio (il siparietto di Panatta strappa un paio di sorrisi ma niente di più); pochissimi riferimenti alla cultura pop, riferimenti che hanno reso Zerocalcare la voce di una generazione intera (niente Street Fighter, niente Dragon Ball, solo qualche minuscolo cenno a Saint Seiya e Star Wars); scene animate non disegnate da Rech (e si vede). L’unico personaggio riuscito su tutti i fronti è Secco: Pietro Castellitto si è immedesimato alla perfezione, offrendo una performance divertente e godibile su tutti i fronti. Bravo anche Liberati, seppur ogni tanto leggermente distaccato dal mondo del suo film.

L’opera di Scaringi, purtroppo, non ce la fa. È un peccato, perché la Profezia era probabilmente l’unico libro di Zerocalcare che sarebbe potuto essere trasposto in un bel film, un manifesto della generazione cresciuta a pane e cartoni animati, Game Boy e musica punk, mentre tutto il resto cambiava, mentre a Genova scoppiava l’inferno. Anni di ripensamenti, cambi di sceneggiatura, allontanamenti e scarso coinvolgimento hanno fatto sì che tutto questo crollasse, lasciando spazio a un’insipida pellicola italiana sulla crescita. In effetti, l’opera di Scaringi è come il Mammuth di Rebibbia, che in realtà non è un vero Mammuth, bensì un elefante antico del Pleistocene Superiore. Simili eh, per carità… però totalmente diversi.
Mortacci vostri (con affetto).


Diretto da: Emanuele Scaringi
Scritto da: Michele “Zerocalcare” Rech, Oscar Glioti, Valerio Mastandrea, Johnny Palomba
Genere: Commedia
Cast: Simone Liberati, Valerio Aprea, Pietro Castellitto, Laura Morante
Anno: 2018
Distribuzione italiana: Fandango

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