In questi giorni è in scena al Palazzo delle Esposizioni di Roma la Bergman100 (18 Gennaio-4 Marzo) – progetto cinematografico per celebrare il centenario della nascita di Ingmar Bergman (1918-2007), maestro svedese del cinema internazionale, vincitore di 4 Premi Oscar, e autore di alcune delle pellicole più interessanti e rilevanti della storia del cinema tra cui il celebre e ormai mitologico Il Settimo Sigillo (1957), lo sperimentale e intrigante Persona (1966), l’intenso e familiare Sussurri e Grida (1972) e il “romanzo cinematografico” Fanny & Alexander (1982), tutte opere che avrete modo di ammirare e gustare in pellicola 35mm e in v.o. sottotitolata.

La prima settimana (18 Gennaio – 21 Gennaio) della Bergman100 si è aperta con il cavallo di battaglia del cinema Bergmaniano, l’epico e suggestivo Il Settimo Sigillo (Det sjunde inseglet, Svezia, 1957) con cui Bergman, grazie all’iconica e parodiata sequenza della sfida a scacchi tra Antonius Block (Max Von Sydow), Cavaliere reduce dalle Crociate in Terra Santa che approda in una Danimarca dilaniata da peste e disperazione, e la Morte (Bengt Ekerot) pronto ad “accoglierlo”, si prende gioco della Vita e della Morte, guadagnandosi così una bella fetta di immortalità cinematografica. Interessante notare come tutto il film, seppur pervaso da tematiche esistenzialistiche di chiara matrice religiosa, facendo riflettere lo spettatore sul ruolo dell’Uomo, la Fede in Dio, sia cucito in una scrittura elegante, audace, in cui non mancano momenti di ilarità e leggerezza.

E’ stata poi la volta di Monica e il Desiderio (Sommaren med Monika, Svezia, 1953), con cui Bergman riflette sul ruolo dell’amore giovanile e sulle passioni fugaci che vanno a spegnersi dinanzi a una vita di sacrifici e responsabilità.

Inizialmente criticato e ritenuto uno dei film minori del regista svedese, Monica e il Desiderio (1953) è stato ampiamente rivalutato negli anni successivi, questo grazie anche a Jean-Luc Godard che nel 1961 ne parlava così:

Quegli straordinari minuti durante i quali Harriet Andersson (Monica), prima di tornare nuovamente a letto con il tipo che aveva lasciato, guarda fisso nella cinepresa, i suoi occhi ridenti svelati da sgomento, prendendo lo spettatore a testimone del disprezzo che ha di se stessa per aver scelto involontariamente l’inferno invece del cielo. È il primo piano più triste della storia del cinema.

Una pellicola quindi che ha avuto un grande impatto negli anni a venire, sia sul modo di fare cinema della Nouvelle Vague, fino ai giorni nostri, guardando le vicende d’amor dannato di Monica e Harry non si può non ripensare a quello più dolce e delicato di Sam e Suzy di Moonrise Kingdom (2012) di Wes Anderson.

Il 20 Gennaio è andato in scena Il Posto Delle Fragole (Smultronstället, Svezia, 1957), road-movie esistenziale in cui l’anziano professore di medicina Isak Borg (un gigantesco Victor Sjöström), accompagnato dalla nuora Sara (Bibi Andersson), intraprende un lungo viaggio in auto che cambierà il suo modo di approcciarsi alla vita.

Una acuta e brillante riflessione sulla differenza che intercorre tra esistere e vivere, grazie a una scrittura lineare che ben amalgama sequenze oniriche e flashback ad altre dal tono comico ed esistenzialista; un esempio ante litteram, di quella scrittura moderna multi-tonale che nel cinema avrebbe preso piede soltanto trent’anni più tardi.

Si chiude il weekend con una guest star d’eccezione, Diario Di Un Curato di Campagna (Journal d’un curé de campagne, Francia, 1951), di Robert Bresson. Uno degli esempi più brillanti del genere in cui il regista francese era maestro: il realismo poetico. Attraverso le vicende di un giovane prete idealista che si ritrova suo malgrado coinvolto nelle vicende ed ostilità della comunità del posto, Bresson mette in scena un dramma dal ritmo lento, cadenzato, con cui scavare nella psicologia del giovane curato di Ambricourt (Claude Laydu), rivelandone speranze, debolezze ed ossessioni; il tutto a cornice di una spettrale e onirica Ambricourt dal forte potere immersivo.

Interessante notare come la caratterizzazione dei personaggi, in particolare quella del giovane prete, sia stata la principale ispirazione che ha spinto Martin Scorsese a scrivere e dirigere quello che a distanza di 42 anni è ancora considerato il suo principale capolavoro: Taxi Driver (1976), dando vita così a uno dei personaggi più iconici della storia del cinema, Travis Bickle.

Appuntamento alla prossima settimana (24 Gennaio – 28 Gennaio) dove verrà ulteriormente alzato il tiro delle proiezioni con ben due guest star d’eccezione, ecco gli appuntamenti:

24 Gennaio, ore 21:00 – Persona (1966), di Ingmar Bergman
25 Gennaio, ore 21:00 – Conversazioni Private (1996), di Liv Ullmann
26 Gennaio, ore 21:00 – Fanny & Alexander (1982), di Ingmar Bergman
28 Gennaio, ore 21:00 – Il Circo (1928), di Charlie Chaplin

“Nell’atteso centenario della nascita, che tutto il mondo si appresta a celebrare, Bergman100 rende omaggio al maestro svedese con una selezione dei suoi film più amati, capolavori senza tempo che hanno segnato l’intera storia del cinema e creato il mito di un autore ineguagliabile per ricchezza e complessità dei temi affrontati e per l’inesausta ricerca formale e filosofica. Ma la vera forza di Bergman, spesso sottovalutata, è quella di un approccio al cinema fortemente emotivo, vitale e empatico, lontano dal cliché di un’arte intellettuale e oscura e aperto invece al gioco, all’ironia, alla sperimentazione e alla sensualità. “Il rapporto di Bergman con il pubblico – ha scritto giustamente Scorsese – è piuttosto simile a quello di Hitchcock: diretto, immediato”. Per comprendere appieno l’universo di questo artista fuori dal comune, la rassegna include poi diversi film e registi che nel corso della carriera Bergman ha indicato più volte come i suoi prediletti, da Chaplin a Fellini, da Tarkovskij a Murnau, da Sjöström a Dreyer: saranno loro gli ospiti speciali di questa straordinaria festa di compleanno a cui ogni appassionato del grande cinema non può mancare.”

 

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire la sua personale Morte Nera... in attesa dei pezzi scribacchia a tempo perso su Cinefili Estinti

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