Sinossi

Elisa è una ragazza muta e introversa che lavora come inserviente in un centro di ricerca militare. A riempire la sua vita ci sono la sua migliore amica e collega, Zelda, ed un illustratore di locandine suo vicino di casa, Giles. Un giorno Elisa scopre che nel centro dove lavora, il colonnello Strickland tiene prigioniera una creatura catturata in Amazzonia; mentre il colonnello tortura il misterioso anfibio, il dottor Hoffstetler si occupa di studiarne il funzionamento biologico per conto del governo.

Il film racconta di come Elisa si innamora della creatura, arrivando a rischiare tutto quello che ha per liberarla. In sostanza, la storia riprende gli stilemi classici della fiaba: ci sono un eroe (anzi, eroina), una “principessa” da salvare, alcuni aiutanti, un antagonista spietato ed un lieto fine.

Del Toro però si sforza di dare a questa fiaba un tono maturo, che la rendono realistica e credibile agli occhi dello spettatore adulto. La violenza e la sessualità non mancano, come nella realtà che ci circonda; nonostante questo quando del Toro insiste con la cinepresa su un momento di violenza o un atto di intimità non è mai gratuitamente sadico o voyeuristico. Quello che il regista mostra ha sempre un preciso scopo narrativo. Ne è un esempio la scena in cui la creatura si rende protagonista di un remake cinematografico del capolavoro Saturno che divora i suoi figli. Un’ immagine violentissima, che però serve a caratterizzare un personaggio che altrimenti sarebbe stato troppo buono, e passivo fino all’inverosimile.

Il finale può sembrare prevedibile, ma non è altro che la conclusione naturale di una trama ben costruita, in cui forzare un colpo di scena finale avrebbe stonato. Non serve cercare di stupire se la storia è solida, e del Toro, che del film è anche co-sceneggiatore, lo sa perfettamente. La magica sequenza di apertura apre un cerchio che viene ripreso e chiuso dalla bellissima scena finale, mostrando come i tratti che rendono unica Elisa la sospendono a metà tra il mondo reale e quello fantastico.

Tecnica

Da Guillermo del Toro non possiamo che aspettarci una tecnica eccellente, e le aspettative non vengono tradite. Di tutto il comparto tecnico, a me sono piaciuti soprattutto due aspetti: fotografia ed effetti speciali. The Shape of Water ha una bellezza visiva unica e impossibile da non notare. Una fotografia incentrata su una palette verde e blu, a richiamare la pelle della creatura, ma non per questo banale. Del Toro sottolinea la centralità del verde anche attraverso i suoi personaggi — Giles fra tutti —con delle gag piene di ironia e amarezza.

Gli effetti speciali del film sono realizzati benissimo. In particolare, la creatura acquatica, seppure ispirata al classico della fantascienza degli anni 50, Creature from the Black Lagoon, ha un grande impatto visivo ed è curata nei minimi dettagli.

Da notare come le uniche eccezioni nella scala dei colori blu/verde siano il sangue che cola dal baton del colonello, un dettaglio che identifica immediatamente il personaggio come negativo, ed una meravigliosa sequenza onirica in bianco e nero. Nel sogno Elisa balla con la creatura, muovendo le labbra come se cantasse. Anche se l’amore di Elisa per il cinema d’epoca ed il ballo viene esternato nella primissima parte del film, quando il suo personaggio viene costruito attraverso la descrizione della sua routine, la sequenza del ballo sulle note di You’ll never know è un modo per trasportare chi guarda direttamente nei sogni della protagonista. In una realtà costruita meticolosamente sui colori, l’intuizione di un sogno in bianco e nero da parte di del Toro è geniale.

Analisi del film

Partiamo dal personaggio centrale, la creatura; questo mostro anfibio originario dell’Amazzonia è, in una parola, credibile. La forza della sua credibilità sta nei dettagli: quelli visivi, come le palpebre da anfibio che affascinano lo spettatore ad ogni battito; quelli narrativi, perchè forse lui ed Elisa faranno l’amore, e forse sarà lei a svelarci come sia possibile, lasciando stupefatta, e forse un po’ invidiosa, la sua amica Zelda; e anche quelli caratteriali. Il suo incontro con i gatti e l’evoluzione della sua interazione con essi rende perfettamente un personaggio dominato da un istinto innegabilmente animale, ma non per questo estraneo all’empatia.

Elisa, l’eroina della nostra storia, è un personaggio semplice nei tratti e ben costruito. Vale la pena sottolineare come tutte le caratteristiche che all’inizio la rendono unica e riconoscibile sono riprese nel finale: il legame intimo con l’acqua, il mutismo e quelle tre cicatrici sul collo sono elementi che possono dare da subito un’idea di quello che sarà il punto di arrivo della storia, ma non incidono sullo sviluppo che il film ha, fino al finale.

Più in generale, oltre il piano narrativo, il film presenta una questione di critica politica e sociale non indifferente. The Shape of Water è un film di rivalsa, in cui tutti i personaggi positivi sono emarginati, ai limiti della società, ma con una sensibilità superiore. Artisti, neri, gay, disabili, donne, scienziati, diversi. Sono queste le categorie positive per del Toro, indipendentemente dallo stato sociale e dalla nazionalità.

Nell’America che vive un ritorno alle atmosfere della guerra fredda, con il Russia-gate che incombe sull’amministrazione Trump, una spia russa che risalta come personaggio positivo in opposizione ad un militare americano è un messaggio fortissimo. L’autore attacca fortemente la strategia della tensione internazionale, sottolineando come spesso i militari non vedono oltre gli ordini che gli vengono impartiti, indifferentemente da quale sia il colore della divisa.

Insomma, la positività per del Toro è data dalla compassione, dalla sensibilità e dal buon senso, più che da qualsiasi altro fattore. Perfino il marito di Zelda, uomo di colore, sarà stigmatizzato per la sua ignoranza, condiscendenza e mancanza di empatia. Ad essere massacrato più di ogni altro è, però, il colonnello interpretato da Michael Shannon. Maschio, bianco, sessista, militare, reazionario, ignorante, razzista, violento, tanto forte con i deboli quanto debole con i forti. Del Toro descrive un personaggio che ricalca gli stereotipi degli anni ‘50, ma lo sfrutta per dare un messaggio di critica sociale attualissimo e di grande impatto. Quando un messaggio politico così profondo è sorretto da una storia appassionante e da una regia eccezionale, il prodotto non può che essere un gran film.

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